La Furia del dire di Eduardo Aruta

Un'opera per Artoteca a cura di Roberta Pugliese

Edoardo Aruta, classe ‘81, è un’artista contemporaneo, nato a Roma ma vive e lavora a Venezia. Ha studiato presso l’Accademia di belle arti di Roma e successivamente ha preso una specializzazione all’Accademia IUAV di Venezia. Dal 2003 sviluppa una pratica artistica attraverso la sperimentazione di linguaggi eterogenei che lo porta ad esporre in ambiti a livello nazionale e internazionale.

La sua pratica artistica è basata sull’analisi dei fenomeni sottostanti la nostra esperienza di vita quotidiana, dall’interazione con i luoghi, dalla relazione tra persone ed “oggetti” e alle possibilità d’esplorazione di significati reali e fittizi che li circondano. Attraverso l’analisi delle sfumature di realtà, la sua ricerca indaga le logiche del desiderio e si concentra sul potenziale estetico dei registri espressivi dell’arte. Il campo d’interesse di Edoardo negli ultimi anni si è concentrato sullo studio dei linguaggi dell’arte e su come si determinino in base al rapporto che l’essere umano ha con lo spazio, con la storia e con il contesto sociale che lo accoglie, usando l’atto artistico come un mezzo per fare un’esperienza conoscitiva ed esplorativa dell’ambiente dato. Tale esplorazione ha portato ad includere nella sua pratica vari tipi di linguaggio, dagli approcci più classici della scultura, alla performance, all’installazione, il disegno, la fotografia ed alla creazione di spazi alternativi.

La ricerca artistica di Edoardo Aruta può essere considerata come un prolungamento del lavoro sviluppato dagli artisti degli anni ’90 quando, in un periodo di sgretolamento sociale, l’arte relazionale e partecipativa si pone come ponte di congiunzione tra il mondo e l’individuo, per permettergli di imparare a dialogare con se stesso e con il mondo che abita. Edoardo Aruta, quindi, si pone come narratore del suo tempo: in un’intervista per Artribune del 2017 l’artista ha dichiarato che “La realizzazione di un progetto dev’essere orientata solo da sentimenti e visioni”, visioni e sentimenti personali che sfociano in una visione collettiva per e con la comunità. Infatti, molte delle sue opere sono frutto di un lavoro sociale rivolto ad una specifica comunità senza la quale l’opera non avrebbe senso di esistere.

Questo modo di operare, crea dei “mondi dell’arte”, definiti così da Becker, in cui l’opera è frutto di una sinergia collettiva, una successione di azioni di cui l’artista non è che una singola parte di un processo (Vettese, 2005). Il prodotto artistico è un’idea e, per dar forma all’idea, l’artista deve esaminare i mondi circostanti e prendere in considerazione tutti quei soggetti che possono contribuire al suo prodotto. L’incontro che avviene tra l’artista e la comunità potrebbe per vie trasversali ricondurci al “Terzo Paradiso” identificato da Michelangelo Pistoletto, la fusione che avviene tra gli esseri umani e la natura: nel caso di Edoardo Aruta, la natura ha una funzione simbolica e riguarda tutti quei fattori che accomunano gli individui nel quotidiano (storia, memoria, relazione con lo spazio e il mondo circostante). La creazione del “Terzo Paradiso” – o anche creazione di “terzo spazio”, definito così da Iain Chambers (Savonardo, 2010) – viene considerato “il grande mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità nella visione globale” (Pistoletto, 2003).

E’ proprio l’incontro di idee diverse che, unendosi, creano un nuovo campo culturale, rivoluzionario per certi versi, perché la pratica artistica “non segue più la bellezza formale” (Heinich, 1999, p. 40), perdendo così quell’aura sacrale come descritta da Adorno e Horkheimer in Dialettica dell’illuminismo, ma acquisisce, secondo Benjamin, un’aura basata sul gesto, sul pensiero e quindi, a sua volta, l’opera consegue una nuova forma. Non monumento, ma pensiero individuale e nel contempo collettivo. In un incontro con Adriana Polveroni (saggista, giornalista e curatrice indipendente, figura chiave del panorama artistico nazionale) tenutosi online in una delle lezioni di Museologia del contemporaneo con il professor Ludovico Pratesi, è emerso che effettivamente viene considerata opera d’arte un’opera che in primis crea un rapporto sensibile ed emotivo con il pubblico, coinvolgendolo fisicamente e/o cognitivamente, ma è tale se rispecchia e rispetta il momento contemporaneo. Arte che sposta l’accento su temi urgenti. Un’arte che non può non tener conto di una realtà più strutturata e drammatica, urgente e violenta come è il momento storico di oggi.

Ed è proprio questo il fulcro artistico di Edoardo Aruta, i suoi pensieri divengono delle narrazioni che delineano la situazione politica, sociale ed economica di un certo contesto, in un determinato tempo, ponendo uno sguardo attento sulle criticità socio politiche di cui nessuno pare avere interesse di discutere, con processi di consumo della società capitalistica, mescolando ambiguamente la spiritualità con il narcisismo dei consumi, come nel caso dell’opera Merchants in the Temple del 2018, alla riscoperta di memorie passate e ormai quasi dimenticate, con lo scopo scrive l’artista: “per arrivare agli sguardi distratti”. Ecco che l’arte, come ci suggerisce Leonardo, diventa “pensiero sul mondo” in grado di produrre senso (Pratesi, 2021, p.10).

Si può sicuramente definire Edoardo Aruta “un pensatore” del XX secolo, sperimentatore, visionario e rivoluzionario, la sua arte è pura contemplazione in cui scompaiono i confini tra l’individuo e il mondo, anzi, ciò che intende fare l’artista è proprio permettere a loro di dialogare, di far diventare il mondo parte integrante di noi e ritrovare uno sguardo, dice Edoardo, “che cancella e dimentica l’abitudine” (cit. Edoardo per l’opera Fuori fuoco, 2013). Tra le opere proposte dall’artista, ho trovato stimolante riproporre l’opera la Furia del dire sotto una nuova chiave di lettura per il progetto tesi. Prima di analizzare il lavoro svolto da me e Aporema ETS insieme ad Edoardo, è opportuno analizzare e contestualizzare l’opera primaria.

La Furia del dire viene presentato al pubblico nel 2021 dopo anni di ricerca. Il progetto artistico prende spunto dal registro espressivo musicale e sociale che si sviluppa in Italia verso la fine degli anni ‘80, il rap e l’hip hop, in particolar modo dal fenomeno delle Posse. Questi nuovi movimenti sono contaminati da “parole e dai ritmi della realtà urbana” (Savonardo, 2010, p.128), scrive in merito Davide Fant nel suo saggio Pedagogia hip-hop, gioco, esperienza, resistenza: «L’hip-hop non è figlio generato da opprimenti condizioni di lavoro, come era stato invece il blues, ma dalla disoccupazione e delle nullafacenza, di interminabili giornate passate nelle strade, dell’assenza di progetti di senso» (Cit.Fant, 2015, p.22).

Nati dalle macerie, dal vuoto e dalla dispersione, sono i “figli della società dell’incertezza” (Bauman, 1999) i giovani avevano la necessità di dar voce ai loro disagi sociali, raccontando, urlando e nel contempo denunciando la loro situazione precaria, la lotta delle mafie e il razzismo. L’intento era quello di creare nuove identità e nuovi sensi di appartenenza, non a caso, per rendere comprensibili i loro testi impegnati socialmente e politicamente utilizzavano il dialetto (Tessardo, 2001). Nelle periferie del mondo, dal Bronx a Scampia, l’hip-hop diventa forma di ricostruzione e partendo proprio dalle macerie (Fant, 2015) per affrontare le urgenze del contesto pubblico in cui vivono. Partendo da tale spiegazione, con un processo innovativo il progetto di Edoardo Aruta intende evidenziare un modo di fare contestazione, contaminando quanto accaduto in Italia negli ultimi 40 anni con il registro espressivo musicale.

Gli archivi presi in riferimento sono documenti audio, estratti da telegiornali e interviste, per esempio dal 1986, con i primissimi sono l’inizio del “maxi processo”, il disastro di Chernobyl, la strage di Capaci, per poi andare al discorso di Bettino Craxi che parla del finanziamento illecito dei partiti in Parlamento, fino ad arrivare al primo Gay Pride in Italia e alla guerra dei Balcani. Gli estratti che vanno dai 20 secondi fino ai 9 minuti e le voci degli attori che hanno segnato un po’ la storia italiana di 40 anni diventano il materiale dei Disc Jockey che l’artista coinvolge nel progetto per fare dei live e utilizzare questi campioni che sono stati poi incisi su vinile. Questo materiale diventa un lavoro di un racconto individuale, la percezione di ogni Dj che ricostruisce, manipola, altera documenti storici creando delle nuove narrazioni. Questo per l’artista è un esperimento rispetto alla percezione con la storia, il rapporto con le fonti storiche, il rapporto di come la storia viene raccontata e soprattutto da chi. Finora il progetto è stato presentato in sei città Italiane, 60 ore di registrazioni che a loro volta stanno diventando un altro archivio sonoro. Il progetto di per sé vuole essere un proponimento in cui si mischiano delle esperienze. Un’attenzione specifica, scrive Edoardo, “è data al rapporto creativo con le tecnologie musicali e il ventaglio di possibilità estetiche legate al loro impiego, come la tecnica del cut-up propria del DJing, ovvero il saltare da una base all’altra grazie all’utilizzo del doppio giradischi più mixer e campionatore, inoltre al ruolo del Sound System ‘il muro di casse’ in qualità di catalizzatore del rituale collettivo della danza utilizzato durante le performance live del progetto”.

“La furia del dire” nasce dalla necessità di estendere la potenzialità dell’arte contemporanea verso luoghi altri e in tal senso si intende continuare il lavoro di “Artoteca” intrapreso dal 2002 da Aporema nell’ambito dell’arte contemporanea e comunicazione didattica – quindi favorire l’incontro tra arte contemporanea, artista e comunità. Servendoci dell’arte contemporanea e la sinergia che avviene tra mondi apparentemente diversi (artista e comunità), permette a sua volta di mostrare all’individuo l’esistenza di un mondo altro.

L’opera di Edoardo Aruta si lega alla simbologia del viaggio. Un viaggio di perdita e acquisizione, contaminazione e intersezione con l’ambiente e dell’ambiente, di ingresso nel nuovo luogo (Leed, 2007). Una vera e propria trasformazione dell’identità che dovrebbe avvenire nell’individuo. L’intento è quello di porgere una narrazione che sia in grado di presentare messaggi di frammenti e testimonianze storiche in cui la comunità può specchiarsi, ricordare e scoprire: in tal modo, l’esperienza con l’arte si rivela un’occasione per continuare ad educare ed essere vicini alla nostra storia. Il progetto “La furia del dire” intende ricostruire la memoria di eventi storici e sociali che da anni sono al centro del dibattito pubblico napoletano: un viaggio all’interno dell’Ex Ilva di Bagnoli (NA). Situata nei territori dei Campi Flegrei, Bagnoli è una periferia a Ovest di Napoli, descritta come “un’ampia pianura che affaccia sul mare”, abitata e apprezzata dai tempi dei Romani che passavano le vacanze sul litorale flegreo. Nel corso dei secoli per la località di Bagnoli sono stati fatti un’infinità di progetti, ahimè mai realizzati. Oggi si ha un quartiere che malinconicamente ripensa alle infinite promesse, alcune delle quali riguardano la sua area gigantesca industriale da tempo abbandonata. La comunità vive costantemente tra promesse e permessi mancanti, si potrebbe dire che “Qui davvero il mare non bagna Napoli”.

La furia del dire intende essere una sorta di lente di ingrandimento che permette alla comunità di “riappropriarsi”, “ricordare” e in molti casi “avvicinarsi” alle proprie origini. Perché l’arte “interviene come una cassa di risonanza” per porre attenzione su temi considerati “marginali”. Per la realizzazione del progetto, lavoro di ricerca e sperimentazione, infatti, si sono consultati archivi locali, alcuni dei quali donati da ex lavoratori della fabbrica – e in particolar modo si ringrazia il signor Domenico Schiazzano documenti audio di estratti di telegiornale e documentari; interviste fatte e cedute da Riccardo Rosa (giornalista di Monitor Napoli e abitante di Bagnoli). Questi materiali sono diventati motivo di narrazione per Alessandro Chiocca, noto dj e producer della scena underground napoletana. L’obiettivo è porre attenzione alla storia in una chiave diversa, in modo non convenzionale, purché possa coinvolgere un pubblico che oggi ignora o rifiuta la conoscenza dei fatti che riguardano il proprio territorio.

Edoardo Aruta, l’artista, ha dichiarato:

«Nell’opera la Furia del dire, il presente viene narrato e rappresentato da questi vinili, i cui dj mettono le mani su documenti storici e secondo le loro percezioni, secondo una percezione che non hanno vissuto, magari anche secondo questioni anagrafiche. Il lavoro presente si basa sulla responsabilità del manipolare e rendere pubblico quel documento preciso, quel documento storico.
C’è un gioco di manipolazione del dato storico e quindi sul rapporto di quello che possiamo e non possiamo considerare verità. Ma è quello che tra l’altro viviamo».

Articolo pubblicato il 22/05/2026
Scritto da Roberta Pugliese

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